Le reti neurali sono “bio-ispirate”, ma non pensano come noi. E nei laboratori si coltivano già cervelli biologici che fanno calcoli: benvenuti nel mortal computing.
| In questo episodio | |
| Ospite | Piero Savastano, esperto di Intelligenza Artificiale, background in psicologia e neuroscienze |
| Durata | 17:03 |
| Temi | Reti neurali, memoria, gender gap nel tech, mortal computing, transumanesimo |
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Cosa succede quando la psicologia sperimentale incontra l’informatica? E quanto di autenticamente umano si nasconde dietro gli algoritmi che usiamo ogni giorno? In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale domina ogni conversazione, vale la pena fermarsi a chiedersi non solo cosa fa questa tecnologia, ma come e perché è stata costruita.
Nella seconda parte dell’intervista, Sabina Guzzanti affronta il tema con Piero Savastano. Un dialogo perfetto per la Generazione Perennial: un pubblico che non insegue le mode tecnologiche, ma ne vuole capire l’impatto etico ed esistenziale.
L’IA è davvero intelligente? Il legame con le neuroscienze
L’episodio si apre sfatando un mito: l’IA non pensa come noi. Le reti neurali moderne sono “bio-ispirate”, con un’architettura che simula in modo approssimativo il tessuto nervoso umano — neuroni e sinapsi artificiali — ma l’analogia si ferma lì.
Il modo in cui una macchina memorizza un dato e quello in cui lo fa un essere umano sono profondamente diversi. Noi abbiamo una memoria per contenuto ed emotiva: un odore può riportare a galla un primo bacio, e i ricordi cambiano ogni volta che li rievochiamo. Le macchine estraggono file statici dai server. L’IA si ispira alla biologia per risolvere problemi informatici, come l’aereo si è ispirato al volo degli uccelli senza replicarne le piume.
Donne, cyborg e simulazione emotiva
UPerché ci sono così poche donne a sviluppare i modelli di IA? Savastano ricorda che le donne hanno avuto un ruolo cruciale agli albori dell’informatica — da Ada Lovelace al Manifesto Cyborg di Donna Haraway — ma oggi sono spesso confinate in settori specifici come la User Experience e il design delle interfacce.
Poi il lato oscuro dell’interazione uomo-macchina: la simulazione emotiva. L’IA non prova emozioni, ma è abilissima a simularle per rassicurarci, manipolarci, creare dipendenza. Una dinamica che ricorda, su scala infinitamente più avanzata, il vecchio Tamagotchi. Dietro c’è sempre un creatore umano con un interesse preciso: farci restare sulla piattaforma il più a lungo possibile.
“Non serve impiantarsi un chip nel cervello per essere già in parte cyborg.”
Oltre il silicio: l’era del “Mortal Computing”
Se finora ci siamo rassicurati pensando che l’IA sia solo metallo e silicio, Savastano lancia una provocazione da film di Cronenberg: il mortal computing, o brain organoids.
Nei laboratori si coltivano cellule staminali per creare piccole masse di tessuto nervoso biologico capaci di fare calcoli, interagire con l’ambiente, persino controllare piccoli robot. Non più intelligenza artificiale, ma entità biologiche create in laboratorio, con una vita a termine. Una frontiera che apre interrogativi enormi sulla coscienza e sulla definizione stessa di vita.
Transumanesimo: il futuro è già qui
Essere Perennial significa guardare ai cambiamenti con prospettiva. Sul transumanesimo, Guzzanti e Savastano concordano su un punto: siamo già ibridi.
Lo smartphone è ormai una protesi del corpo, delegato a custodire la nostra memoria e a mediare le relazioni sociali. La sfida del futuro non sarà difendersi dalle macchine, ma imparare a gestire questa integrazione in modo consapevole.
Domande frequenti
Le reti neurali funzionano come il cervello umano?
Solo in parte. Sono “bio-ispirate”: imitano l’architettura di neuroni e sinapsi per risolvere problemi computazionali. Ma la memoria umana è emotiva, associativa e si modifica a ogni richiamo, mentre una macchina recupera dati statici.
Che cos’è il mortal computing?
È l’uso di tessuto nervoso biologico coltivato in laboratorio — organoidi cerebrali da cellule staminali — per eseguire calcoli e controllare dispositivi. A differenza dei chip, questi sistemi sono vivi e hanno una durata limitata, il che solleva questioni etiche inedite.
Siamo già transumani?
Secondo Savastano sì, in senso ampio: deleghiamo memoria, orientamento e relazioni sociali a dispositivi esterni. Non serve un impianto cerebrale perché l’integrazione uomo-macchina sia già in corso.
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Un episodio denso, ironico e pieno di spunti, che smonta molti luoghi comuni sulla tecnologia.
Ti spaventa l’idea del mortal computing o pensi che l’alleanza tra biologia e tecnologia porterà a un’evoluzione positiva? Scrivilo nei commenti.