Il patriarcato non opprime solo le donne: incatena anche gli uomini a una gara che non finisce mai. Vanessa Roghi e Lorenzo Gasparrini spiegano perché.
| In questo episodio | |
| Ospiti | Vanessa Roghi (storica, autrice di Parola femminista), Lorenzo Gasparrini (filosofo, autore di Perché gli uomini hanno bisogno del femminismo) |
| Durata | 56:49 |
| Temi | Femminismo, patriarcato, autocoscienza, linguaggio, potere |
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Il femminismo è una questione di donne o riguarda tutti? È una stagione politica archiviata negli anni Settanta o una pratica quotidiana più urgente che mai? Chi appartiene alla Generazione Perennial ha visto nascere quelle battaglie e oggi ne osserva le trasformazioni: sono domande che ci riguardano da vicino.
In questo episodio Sabina Guzzanti ospita due voci che smontano i cliché sul genere uno per uno. Il risultato è un dialogo denso e intersezionale, dove il tema del femminismo e uomini viene ribaltato: non un processo ai maschi, ma una chiave per capire il loro disagio.
La gabbia del patriarcato è anche maschile
Siamo abituati a pensare al patriarcato come a un sistema che opprime le donne. Gasparrini ricorda quanto sia logorante anche per gli uomini.
Essere “maschio” nel sistema patriarcale significa vivere in una competizione permanente e tossica. Il valore di un uomo si misura in parametri quantitativi: quanto guadagni, quanto potere hai, che auto guidi. È una gara destinata a produrre frustrazione, perché ci sarà sempre qualcuno più in alto in classifica.
Il femminismo, in questo senso, offre agli uomini l’unica lente interpretativa disponibile per leggere quel disagio. Serve a liberarsi dall’obbligo della performance e a prendersi cura della propria salute mentale e fisica, da sempre sacrificata sull’altare di una presunta invulnerabilità.
Autocoscienza e linguaggio: le pratiche che cambiano la realtà
La via d’uscita passa da una pratica antica e ancora rivoluzionaria: l’autocoscienza. Gasparrini racconta i “cerchi degli uomini”, gruppi in cui i maschi imparano a mettersi in discussione e a parlarsi, anche tra generazioni diverse, abbandonando il tabù della debolezza.
Vanessa Roghi, ripercorrendo l’eredità dei collettivi degli anni Settanta, insiste su un punto: il femminismo non è un’ideologia astratta, è una pratica. E la pratica passa dal linguaggio. Deridere “avvocata” o “sindaca”, o banalizzare l’uso dei termini anatomici corretti, significa ignorare che il linguaggio costruisce l’ambiente in cui viviamo. Nominare le cose in modo diverso cambia l’immaginario collettivo, e con esso le possibilità del futuro.
“Non basta essere donne per essere femministe.”
Donne al potere: rompere il sistema o replicarlo?
L’episodio affronta un nodo spinoso: perché le donne che arrivano ai vertici politici appartengono spesso alla destra conservatrice, da Thatcher a Meloni?
La risposta è netta. Una donna che raggiunge l’apice del potere senza mettere in discussione la struttura verticale e gerarchica di quel potere non porta avanti un’agenda femminista: replica un modello patriarcale. Infrangere il soffitto di cristallo non serve a nulla se i cocci ricadono sulle donne che stanno in basso, per esempio smantellando welfare e servizi di cura.
La parola “mammo” e il museo del futuro
La chiusura è una suggestione poetica di Roghi, ispirata a Gianni Rodari. L’obiettivo della lotta femminista sarà raggiunto quando porteremo i bambini nel “museo delle parole che non esistono più” e mostreremo loro la parola “mammo”.
Quel giorno i bambini non capiranno perché un uomo che si prende cura dei figli dovesse essere chiamato con un termine derisorio o eccezionale. Quando il lavoro di cura non avrà più un genere, il patriarcato sarà davvero finito.
Domande frequenti
Perché si dice che il femminismo serve anche agli uomini?
Perché il patriarcato impone anche ai maschi un modello rigido: competizione permanente, misurazione del valore in denaro e potere, divieto di mostrare fragilità. Il femminismo fornisce gli strumenti critici per riconoscere quel modello e uscirne.
Che cos’è l’autocoscienza maschile?
È la pratica dei “cerchi degli uomini”: gruppi in cui i partecipanti si confrontano sul proprio vissuto e sulle aspettative di genere, sul modello dei gruppi di autocoscienza femminista degli anni Settanta.
Perché il linguaggio di genere è così importante?
Perché il linguaggio costruisce l’immaginario collettivo. Usare “avvocata” o “sindaca” rende pensabile e normale la presenza femminile in quei ruoli. Le parole non descrivono soltanto la realtà: contribuiscono a renderla possibile.
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Prenditi un’ora: è un dialogo ricchissimo e una boccata d’ossigeno per chi crede che cultura e confronto siano gli unici motori reali del cambiamento.
Credi anche tu che il femminismo sia decisivo per la liberazione maschile? Scrivilo nei commenti e condividi l’articolo per sostenere il progetto GENERAZIONE PERENNIAL.
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