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La flottiglia a Genova

Flottiglia e Portuali di Genova: un fronte comune contro la guerra e per i diritti sociali

​Nel cuore delle proteste al Porto di Genova, snodo cruciale per la logistica internazionale, Sabina Guzzanti ha raccolto la testimonianza degli attivisti della Freedom Flotilla. L’intervista illumina una strategia politica in evoluzione: non più semplici atti di solidarietà, ma una saldatura strutturale tra la causa palestinese e le rivendicazioni della classe lavoratrice italiana.

​Di seguito i temi chiave emersi e il contesto internazionale in cui si inseriscono queste azioni.

​1. Dalla solidarietà all’intersezione delle lotte

​Il dialogo evidenzia un cambio di passo fondamentale: la lotta contro il genocidio a Gaza e quella per i diritti dei lavoratori in Italia vengono riconosciute come due facce della stessa medaglia.

  • ​Spesa militare vs Spesa sociale: La critica centrale colpisce la gestione delle risorse pubbliche. Mentre la Legge di Bilancio aumenta i fondi per il riarmo, settori vitali come sanità e istruzione subiscono tagli.
  • ​Unire le piazze: Lo sciopero generale diventa la “prova del nove” per fondere temi apparentemente distanti (precariato, salari, pace), creando un fronte unico di opposizione alle politiche governative.

​2. Il porto come frontiera di resistenza attiva

​Perché i portuali sono protagonisti? I porti rappresentano il punto di contatto fisico tra la società civile e la macchina bellica.

  • ​Bloccare la logistica: Poiché gran parte dell’import israeliano transita dall’Europa, bloccare i varchi portuali non è un gesto simbolico, ma una “sanzione popolare” concreta.
  • ​Potere reale: Rifiutandosi di caricare armamenti o merci destinate a zone di conflitto, i lavoratori esercitano un potere d’interdizione immediato che la politica istituzionale non riesce più a mettere in campo.

​3. Disobbedienza Civile: una questione di vera legalità

​Gli attivisti ribaltano la narrazione che li vorrebbe come “disordinati”.

  • ​Chi viola davvero la legge? Secondo la Flottiglia, sono gli Stati a tradire il diritto internazionale ignorando i crimini di guerra.
  • ​Applicare la Costituzione: Navigare in acque internazionali per portare aiuti o scioperare contro il traffico di armi non è eversione, ma l’applicazione rigorosa dei principi costituzionali e dei trattati che ripudiano la complicità nei crimini contro l’umanità.

​4. La crisi della rappresentanza e il ritorno all’azione diretta

​Con un astensionismo che tocca picchi del 70%, è evidente la frattura tra cittadini e partiti. Le piazze piene dimostrano che la domanda di politica non è sparita, ma si è spostata verso forme di democrazia diretta: le persone cercano luoghi (come i porti o le navi della Flottiglia) dove la propria presenza fisica possa incidere realmente sugli eventi, oltre la semplice “chiacchiera” politica.

​Il Contesto: La Missione della Freedom Flotilla

​Per comprendere appieno le parole degli attivisti, è necessario inquadrare l’azione della Freedom Flotilla Coalition. Si tratta di un movimento di solidarietà internazionale nato per sfidare il blocco navale illegale imposto da Israele alla Striscia di Gaza.

​La missione a cui si fa riferimento (spesso nota come Global Sumud Flotilla o campagne simili come Handala) ha l’obiettivo di rompere l’assedio portando via mare migliaia di tonnellate di aiuti umanitari direttamente alla popolazione palestinese, bypassando i valichi di terra spesso chiusi o contingentati.

​La presenza a Genova non è casuale: il capoluogo ligure è diventato un hub logistico e politico fondamentale per la missione. Qui, il supporto del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) è stato decisivo non solo per la raccolta e l’imbarco degli aiuti, ma anche come scudo politico: i portuali hanno minacciato e attuato blocchi totali (“Se toccano la Flottiglia, blocchiamo tutto”) per proteggere le navi umanitarie dalle interferenze esterne, trasformando la missione in un caso politico nazionale ed europeo.

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