I Portuali di Genova contro la Guerra: “Blocchiamo tutto, per l’etica e per la sicurezza”
A Genova, la lotta sindacale incontra la geopolitica. Sabina Guzzanti intervista Josè Nivoi e Lele, delegati dell’USB (Unione Sindacale di Base) e membri del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali). Ne emerge un quadro potente di resistenza operaia, dove i diritti dei lavoratori si intrecciano indissolubilmente con la pace internazionale e la sicurezza sul lavoro.
Ecco i temi principali trattati nel video, che spiegano come un gruppo di lavoratori stia sfidando la logistica bellica globale.
1. Guerra e Lavoro: Due Facce della Stessa Medaglia
L’intervista parte da un assunto chiaro: non si possono separare le battaglie sindacali dalla lotta contro la guerra. L’economia di guerra danneggia inevitabilmente la classe lavoratrice.
* Palestina come simbolo: La causa palestinese non è vista come un tema estero, ma come un richiamo alla dignità e alla libertà che riguarda anche i lavoratori italiani.
* Unire le lotte: I portuali sostengono che le stesse politiche neoliberali che erodono i diritti in Italia (precariato, pensioni tardive) sono quelle che permettono il commercio di armi e il sostegno a conflitti internazionali.
2. La Strategia del “Blocco”: Dai Porti al Mediterraneo
La strategia del CALP e dell’USB è pragmatica: “Fare un casino dopo l’altro”.
* Internazionalismo operaio: I portuali genovesi non sono soli. Hanno creato una rete di contatti con colleghi di tutto il mondo: dai livornesi e triestini in Italia, fino a greci, turchi, francesi, svedesi e persino lavoratori statunitensi della costa ovest.
* Obiettivo Mediterraneo: Il progetto ambizioso è coordinare un blocco congiunto dei porti del Mediterraneo. Non scioperi a scacchiera, ma un’azione simultanea per paralizzare la logistica di guerra.
* Le difficoltà normative: L’intervista evidenzia le differenze legislative: mentre in Italia lo sciopero politico è ancora possibile (seppur limitato dalla legge 146), in Germania è vietato e in Norvegia lo Stato interviene quasi immediatamente per imporre accordi.
3. Il “Camuffamento” delle Armi nei Container
Uno dei punti più inquietanti rivelati nell’intervista riguarda le modalità di trasporto degli armamenti.
* Armi smontate: Per aggirare i controlli e le proteste, le armi non viaggiano più intere. Cannoni, droni e mitragliatrici vengono smontati e dichiarati come “pezzi di ricambio”. Una volta giunti a destinazione (Arabia Saudita, Israele, Turchia), vengono riassemblati dagli eserciti locali.
* Esplosivi e Sicurezza: Solo gli esplosivi militari hanno l’obbligo di etichettatura specifica. Questo crea un enorme problema di sicurezza: i lavoratori maneggiano container potenzialmente letali senza saperlo.
* Il fattore paura: “Io voglio tornare a casa dai miei figli”, dice Lele. Il porto di Genova non è strutturato per gestire enormi quantitativi di esplosivi in sicurezza, e un errore umano durante la movimentazione di un carico non dichiarato potrebbe causare una strage.
4. Crisi della Rappresentanza e Astensionismo
C’è una forte critica alla sinistra istituzionale, accusata di aver dimenticato i quartieri popolari e i luoghi di lavoro.
* Sinistra scollegata: Secondo i portuali, la sinistra parla di diritti civili ma dimentica quelli sociali quando va al potere, per garantire equilibri di palazzo.
* L’Astensionismo come protesta: Di fronte al crollo dell’affluenza alle urne, i portuali lanciano una provocazione: invece di non andare a votare, meglio andare al seggio e far mettere a verbale l’annullamento della scheda per “mancanza di rappresentanza”, oppure — meglio ancora — “venire ai nostri cortei a tirare fuori la rabbia”.
5. Chi sono i protagonisti
* Josè Nivoi: Sindacalista a tempo pieno da 4 anni, rappresenta la voce politica e organizzativa del collettivo.
* Lele: Lavoratore portuale con 17 anni di esperienza al terminal PSA di Genova, porta la testimonianza diretta di chi opera sulle banchine (“sulle ralle”) e vede cosa transita realmente nei container.
Conclusione
L’intervista dimostra che il porto non è solo un luogo di transito merci, ma un fronte politico attivo. I portuali di Genova, attraverso il blocco delle navi cariche di armi (come la famosa Bahri), stanno attuando quella che definiscono una “sanzione popolare”, sostituendosi a una politica che, ai loro occhi, ha abdicato al ruolo di garante della pace e della costituzione.


